Attacchi terroristici: perchè l’Italia non è stata ancora colpita?

La domanda che più frequentemente in questi ultimi quattro anni mi sono sentito rivolgere, sia dalle persone che conosco che da quelle incontrate nelle occasioni pubbliche, è stata: “perché il nostro paese non è stato ancora attaccato?” sottintendendo spessissimo l’esistenza di un possibile accordo, di una sorta di Lodo Moro, riferendosi a quella sorta di patto, sottoscritto del colonnello Giovannone, straordinario dirigente del Sismi  che in Libano fra la fine dei ’70 e l’inizio degli ‘80 insieme ad un suo strettissimo collaboratore, Il Maresciallo Agricola, costruì le basi per un duraturo e stabile accordo di reciproca non belligeranza fra il nostro paese e le fazioni più oltranziste del terrorismo palestinese, patto la cui essenza è riassumibile in un concetto: io so chi siete e dove siete, ma non vi colpirò, né informerò gli apparati di paesi amici, se pur vivendo e passando dal nostro paese, vi impegnerete a non attaccarci mai.

Rispondere in maniera sintetica ad una simile domanda è quasi impossibile vista la quantità di argomenti che sarebbe necessario affrontare approcciando un tema tanto delicato e per prima cosa ho sempre provato a spiegare il motivo principale che, a mio parere, rende fantasiosa una ipotesi di questo genere, ovvero che il presupposto irrinunciabile di fronte alla idea di un possibile patto fra lo Stato ed Isis sarebbe quello di poter discutere ed eventualmente accordarsi, con chi sia in grado di prendere decisioni, assumersi responsabilità e far rispettare gli accordi e di simili personaggi, in quella organizzazione, non ne esistono, perché si può immaginare di fare accordi con una realtà criminale o terroristica che abbia un vertice con il quale appunto, sedersi ed intavolare una qualche forma di trattativa, ma non con un gruppo fluido e frammentato come è quello del cosiddetto “stato islamico”. Inoltre non si può non tenere in considerazione un altro, importantissimo aspetto. Già agli inizi del 2000 dopo il tragico 11 settembre, Mohamed al- Suri teorico di al queda, suggerì agli affiliati ed ai seguaci di quel movimento un idea di spontaneismo nella azioni verso le quali i gruppi del “movimento islamista del jihad” avrebbero dovuto tendere, scelta questa determinata dalla volontà di strutturarsi in una organizzazione, di fatto, priva di vertici e capace di agire in maniera imprevedibile e secondo le scelte e le capacità dei singoli o di piccoli gruppi, ed i cui capi non fossero più così facilmente individuabili ed eliminabili.

Quindi, a mio parere, vi sono fin troppe ragioni perché non vi sia nessuna possibilità di replicare in questo caso e su questo tema qualcosa che somigli anche solo vagamente al celeberrimo Lodo Moro.

Fatta questa doverosa premessa ed esclusa questa possibilità, ho cercato in questi anni di farmi un idea più chiara di quali potessero essere le modalità di approccio al problema da parte degli uomini che lavorano nelle strutture antiterrorismo del nostro paese e se non fosse più sensato e realistico, piuttosto che immaginare chissà quale accordo sottobanco, provare a concentrarsi sulla possibilità che l’innegabile successo sin qui ottenuto non fosse piuttosto attribuibile a ragioni di metodo oltre che di indiscutibile merito.

Per motivi correlati alla professione che svolgo, mi capita di confrontarmi e dialogare anche con chi deve proteggerci da questa minaccia, come pure con chi indaga od ha indagato su appartenenti o sospetti appartenenti alla rete di Daesh e dopo mesi passati ad ascoltare questi straordinari professionisti, sono giunto alla conclusione che ci siano una serie di aspetti che caratterizzano il nostro approccio al fenomeno, aspetti questi che fino ad oggi si sono rivelati vincenti e che proverei a riassumere come segue.

  • Assumiamo e manteniamo sempre un atteggiamento di grande aggressività investigativa. Il nostro primo obiettivo è quello di mantenere sempre l’iniziativa, in ogni modo.
  • Siamo determinati e tenaci e sopperiamo ad una qual certa carenza di strumenti e materiali con una enorme duttilità di pensiero e di impiego. Siamo dei maestri nel percepire i cosiddetti “segnali deboli” ed una volta fiutata, agganciata una sensazione, un idea, non la molliamo più.
  • Abbiamo pazienza e siamo pronti ad aspettare per periodi molto lunghi prima che accada ciò che può cambiare il corso degli eventi di una indagine ed imprimergli l’accelerazione necessaria a chiudere il cerchio. Siamo capaci di indagare in 5, su un soggetto, per 5 anni, mentre altrove si indaga magari, in 50 ma solo per 5 giorni. Il tutto e subito non è nel nostro DNA.
  • Nelle attività di indagine il nostro personale ha un approccio che privilegia i dati soggettivi, mentre fuori dal nostro paese si tende a tenere in considerazione prevalentemente quelli oggettivi.
  • Utilizziamo al meglio delle nostre possibilità quella che genericamente definiamo “fantasia” cercando di guardare oltre e di non limitarci alla misurazione del mero dato.
  • Siamo bravissimi spremere tutto dalle risorse di cui disponiamo ed abbiamo la capacità di adattarci alle situazioni, molto di più di quanto accada a realtà analoghe di altri paesi.

Alcuni degli amici ai quali accennavo poco prima, mi raccontavano di come i loro colleghi di altri paesi, si meraviglino, o meglio, restino allibiti, quando si rendono contro che l’attività su un sospettato dura da anni e non si capacitino del fatto che un numero esiguo di operatori, segua pervicacemente un determinato caso per periodi di tempo davvero lunghi, fidandosi di dati apparentemente labili, ma che poi immancabilmente portano a risultati importantissimi.

La eventuale, possibile vulnerabilità, riguarda a mio parere più l’aspetto di reazione che quello di prevenzione e repressione del fenomeno. Riterrei che sarebbe indispensabile avviare un ragionamento ed una approfondita riflessione sulle modalità di gestione di un eventuale attacco massivo sul modello di quello portato a termine a Parigi durante il drammatico episodio del Bataclan e dello Stadio di Francia. Siamo in grado di virare in tempi strettissimi in termini di protocolli, procedure e processo decisionale di fronte ad una minaccia siffatta? Siamo in grado di proporre una risposta adeguata sia dal punto di vista della catena di interventi attuati dai decisori che da quello delle risorse tattiche da utilizzare e dell’approccio da tenere? Immagino che un confronto serrato da questo punto di vista sia già iniziato da tempo, ma ritengo che, forse chi si occupa di questi temi possa avere piacere nel sapere che alcune riflessioni inizino a diventare patrimonio di una fascia più ampia rispetto a quella dei soli addetti ai lavori.

Per concludere, appare evidente come l’aver ottenuto il risultato di evitare che accadimenti drammatici come quelli accaduti questi anni in paesi amici, non possa rappresentare in nessun modo una assicurazione sul fatto che simili terribili episodi non si possano verificare anche qui, in un paese come il nostro per altro ripetutamente e direttamente minacciato, ma credo anche che dovremmo sinceramente mostrare gratitudine e riconoscenza verso coloro i quali tengono la guardia alta e mantengono l’ombrello di protezione saldamente aperto sulle nostre teste, scatenando a volte un pizzico di invidia per gli innegabili meriti e per il metodo utilizzato, anche  fra i loro blasonati colleghi europei.

Carlo Biffani

Direttore generale di SCG, esperto di sicurezza, tattica, terrorismo ed anti-terrorismo.

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