Attacco a Londra: Segnali dal buio.

Da Charlie Hebdo ad oggi, di azioni in tema di terrorismo ne abbiamo viste molte, ed altrettanti sono stati i cambiamenti ai quali abbiamo assistito sia osservando le cose dalla prospettiva di chi ci attacca che da quella di chi ci deve difendere. Tanto in quel primo episodio che gettò nel panico la città di Parigi per più di 48 ore, quanto nell’attacco al centro della stessa città ad opera di “massive shooters” pochi mesi dopo, abbiamo assistito alla presa di un obiettivo od addirittura di un quartiere di una città occidentale, alla cattura di ostaggi ed alla loro uccisione, ed all’intervento in alcuni casi tardivo e disordinato delle Forze di Sicurezza che hanno faticato non poco ad eliminare i terroristi ed a riprendere il controllo della situazione.

Come ho già avuto modo di scrivere subito dopo il terribile attacco di neppure due settimane fa a Manchester, il loro obiettivo principale, quello al quale hanno sempre teso e che perseguono pervicacemente è quello di attaccarci dandoci la sensazione che a farlo siano più persone in un azione coordinata e con l’utilizzo di esplosivo ed armi da fuoco, con un approccio del tutto simile a quello che potrebbe essere posto in essere in un uno scenario di guerra. L’altro obiettivo che si sono dati è quello di attaccare utilizzando strumenti particolarmente “performanti”. Un uomo con il coltello, per quanto letale, non vale un’autovettura od un camion lanciati sulle folla, così come una martire armato di pistola non ha la stessa valenza di un terrorista che, fucile d’assalto e cintura esplosiva addosso, combatte in uno scontro frontale con la polizia all’interno di un hard target come un aeroporto. Una cosa è convincere un soggetto psicologicamente instabile, un delinquente comune pur se radicalizzato ad attaccare qualcuno con qualsiasi mezzo, ed un’altra, ben diversa, è costruire un ordigno esplosivo sofisticato con materiali di circostanza e darlo a qualcuno pronto a farsi esplodere all’uscita di un concerto, lasciando comunque dubbi sul fatto che chi ha ideato e costruito un simile congegno possa averne realizzati altri, pronti a mietere ulteriori vittime. A mio parere dovremo sempre preoccuparci del fatto che le azioni che si susseguiranno possano avere una alternanza altalenante fra gli attacchi in solitario a quelli portati a termine da martiri con esperienza di combattimento in Siria o nel nord dell’Iraq. Le prime, a mio modesto parere sono solo il riempitivo, servono quasi a colmare il tempo, l’intervallo che intercorre fra un attacco strutturato e l’altro.

Eppure si iniziano ad intravedere segnali provenire dal buio. C’è ad esempio un aspetto importante che vale la pena sottolineare ed è quello che riguarda il tempo che intercorre fra l’inizio dell’azione e l’intervento delle Forze di Sicurezza. Si è passati dalle ore, trascorse prima che si capisse come reagire a Parigi nel primo clamoroso episodio di CH alle numerose decine di minuti necessari ad intervenire per contrastare la cellula belga che attaccò i bistrot, il Bataclan e lo Stadio di Francia agli otto minuti circa necessari ad uccidere i tre terroristi che l’altra sera hanno seminato la morte per le vie di Londra. Il parametro tempo, insieme a quello di impiego e dislocazione capillare di aliquote in grado di contrastare immediatamente la minaccia, unito alla pronta disponibilità di unità delle Forze Speciali garantiscono una riduzione concreta del minutaggio a disposizione del nostro nemico per poter seminare il terrore e causare il maggior numero possibile di vittime. In Israele l’aspetto del “first response” ovvero della presenza capillare di forze di sicurezza, di polizia o di semplici cittadini armati che possano contrastare immediatamente la minaccia una volta che questa si sia palesata, è una delle colonne portanti del loro sistema di difesa, insieme ad una diffusissima cultura della prevenzione e del comportamento da tenere qualora ci si trovasse nella drammatica situazione dello svolgersi di un attacco terroristico. Come dissi e scrissi subito dopo CH, per ciò che riguarda i nostri paesi, la polizia di prossimità va potenziata e ricondizionata e ne vanno riviste le dotazioni, così come bisognerà lavorare per una sempre maggiore integrazione fra le unità delle forze di sicurezza di pronto impiego e l’intervento rapidissimo di aliquote di Forze Speciali.

Sempre in tema di segnali positivi, sono di queste ore le testimonianze raccolte dai media a Londra fra i sopravvissuti all’attacco di due sere fa, i quali in alcune circostanze avrebbero raccontato delle drammatiche difficoltà riscontrate da agenti non armati che pur presenti sulla scena, non sono stati in grado di contrastare adeguatamente ed abbattere immediatamente i terroristi proprio perché impiegati in servizio disarmati, armi che sono invece in dotazione ad alcuni reparti o nuclei addestrati in attività anti-terrorismo, gli stessi che sono poi intervenuti successivamente. Così come sono di queste ore i racconti di cittadini che hanno visto persone lanciare sedie, bottiglie, e bicchieri, contro i terroristi intenti ad accoltellare i passanti, o di titolari di esercizi commerciali che hanno distribuito coltelli ai clienti mentre offrivano loro riparo all’interno dei loro negozi o ristoranti. Il tanto spesso utilizzato concetto di resilienza, ovvero quello che si riferisce alla capacità di affrontare, combattere e superare un evento traumatico, inizia a farsi strada anche tra noi europei, disabituati allo scontro ed alla difesa ed abituati a demandare la nostra sicurezza ad entità terze. Non stiamo più solo fuggendo, ma iniziamo a prepararci a combattere e questo mi pare un altro segnale incoraggiante. Vorrei però poter far presente che anche andare per strada ad una manifestazione pubblica con le scarpe ben allacciate per evitare di perderle e rimanere scalzi in caso di fuga precipitosa, può rappresentare una forma di prevenzione. Si tratta solo di iniziare a pensare ed a agire in un modo diverso.

In ogni caso ed a ogni buon conto, lo scontro va avanti ed in virtù di questo, Bataclan non deve rappresentare nel nostro immaginario, solo il drammatico ricordo di un terribile episodio della nostra storia recente, ma piuttosto il modello al quale costoro tendono e che vorrebbero in ogni caso replicare. Sta a noi evitare che accada di nuovo, ognuno recitando la sua parte.

Carlo Biffani

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