Attacco a Monaco: Lezione appresa.

In un arco temporale inferiore ai due anni, si è passati da modalità di attacco “strutturate” ovvero costruite sulla base della azione di un team di assalitori il cui scopo è quello di colpire un determinato obiettivo, di prendere il controllo fisico di quello spazio, di attendere l’arrivo delle Forze dell’Ordine e sfidarle fino all’ultimo forti anche della presa di ostaggi, azione il cui scopo è dimostrare al mondo intero la forza militare della quale daesh è capace, si è passati dicevo da quella modalità, a gesti, ad azioni che di pianificato, di complesso, di militare, di strutturato, non hanno davvero più nulla.

Uno psicopatico che noleggia un camion, che sale su un treno con un ascia, o per ultimo che assalta un centro commerciale da solo e, da solo scatena una reazione massiva ed in buona misura ipertofica, quasi sproporzionata, da parte degli apparati di sicurezza, paralizzando di fatto un intera metropoli di uno stato occidentale, alla cui sicurezza provvede uno degli organismi di polizia meglio organizzati, addestrati e finanziariamente sostenuti al mondo.

Guardando le immagini televisive, e provando a ricostruire l’accaduto, la prima considerazione che si può fare riguarda la scena del crimine, ed il fatto che stando a quanto sinora analizzato, l’intera vicenda sarebbe nata e si sarebbe compiuta ed esaurita in un area davvero ridotta, ovvero fra il tetto di un centro commerciale, un fast food dello stesso ed il marciapiede di fronte. Tra l’inizio degli spari ed il suicidio dell’autore in fuga, disterebbero meno di mille metri.

Ciò non di meno, la reazione degli apparati di sicurezza e dei decisori politici è stata tale da enfatizzare le modestissime, risibili capacità tattiche e strategiche dell’assalitore, innescando una reazione che ha portato alla decisione di chiudere i trasporti pubblici, di bloccare le stazioni, e di fermare il traffico autostradale gettando di fatto una metropoli di diversi milioni di abitanti in uno stato di caos e di reale coprifuoco. Tutto questo per via di un ragazzino diciottenne armato di pistola.

Se la cronologia dei fatti confermasse che l’assassino abbia iniziato l’azione dal tetto del centro commerciale e che abbia poi avuto il tempo di scendere e di fare fuoco di fronte al fast food uccidendo in quella circostanza nove innocenti e ferendone gravemente almeno tre, ci troveremmo di fronte ad un’altra situazione che evidenzierebbe come, si sia davvero impreparati in termini di difesa e di piani di contingenza rispetto ad attacchi armati portati nelle nostre città.

Ieri non avevamo di fronte un team di foreign fighters di ritorno da uno scenario di guerra, usi all’utilizzo di armi d’assalto e determinati, per quanto ben lontani dal modello di super-guerrieri che troppo frettolosamente a mio giudizio si è voluto affibiare loro. Ieri ad agire era un diciottenne che non aveva combattuto in Siria, che non era addestrato allo scontro urbano, che verosimilmente sapeva poco o niente di tecniche riguardanti l’alternanza fra fuoco e movimento o lo sfruttamento di ripari visto che sparava ad una mano, in piedi, senza curarsi di mettersi al riparo nel caso in cui qualcuno lo avesse contrastato e che pur agendo da solo ha ucciso nove persone e gettato un continente, quello europeo, nello sconforto.

Un diciottenne per niente addestrato che di certo è stato capace di uccidere, ferire e, cosa altrettanto grave, di indurre, gettare gli apparati di sicurezza in una situazione di sovraccarico, quella che in gergo viene definita di “overloading”.

In questi due anni ho spesso fatto riferimento al modello di sicurezza urbana attuato in Israele.

In una città di quello stato, un attentatore di siffatta foggia, impegnato a fare fuoco in piedi, contro civili inermi, sarebbe durato meno di un minuto. Ci sarebbe stato certamente qualcuno, un poliziotto, un solato, un riservista, un semplice cittadino armato, che avrebbe ingaggiato con lui un conflitto a fuoco e che avrebbe posto fine alla sua scellerata azione, o che lo avrebbe quantomeno costretto a fermarsi ed a fuggire.

Spendiamo centinaia di milioni in tecnologia, intelligence, addestramento, forniture, strumenti di difesa. Addestriamo Forze Speciali, compriamo droni ed elicotteri, utilizziamo piattaforme web e satelliti, ed un idiota diciottenne ci tiene in scacco per più di 8 ore.

Forse dovremmo davvero iniziare a guardare in faccia la realtà ed a comportarci come fa chi questo tipo di situazioni le vive e le combatte da decenni. Eda capire che contro un uomo armato e determinato, può aver la meglio solo un uomo armato, addestrato, determinato e che si trovi sulla scena del crimine.

Dovremo certamente continuare ad investire ed a preparare aliquote tattiche in grado di fronteggiare ed annientare un manipolo di assalitori sul modello di quelli del Bataclan, ma al tempo stesso dovremmo davvero capire come fare fronte a situazioni diverse, che si muovono secondo un modello preciso. Più tempo lascio alla azione di un assalitore armato, assalitore che potrebbe essere facilmente eliminato, perché solo, scarsamente armato e per nulla addestrato e più morti sarò costretto a contare.

Carlo Biffani

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