Dopo l’attacco all’aeroporto di Istanbul: Lezione appresa.

Cerchiamo di fare un po’ di ordine e di provare a definire i piani sui quali si dovrebbe provare a lavorare per porre fine alla minaccia del terrorismo di matrice islamica.

Il primo è quello che riguarda il contrasto militare da effettuarsi nei territori in cui Daesh esercita appieno il suo potere di controllo ed in cui impone la barbarie. Fino ad oggi si è pensato che lasciare che fossero dei mussulmani a combattere per noi, ed a sconfiggerli, potesse e dovesse essere un passaggio obbligato ed oltretutto il meno rischioso. Questa scelta si sta trasformando in una sorta di stillicidio, con vittorie annunciate da gruppi, coalizioni e governi e poi smentite dai fatti. Falluja, Sirte, Palmira, sono tutt’altro che liberate davvero dal nemico e le vittorie delle coalizioni che combattono IS spesso si risolvono in un ridislocamento degli uomini del Califfo, non certo nella loro sconfitta definitiva.

Il secondo passaggio è quello relativo alla attività di prevenzione degli attacchi terroristici attraverso l’azione degli uomini e delle donne delle Forze di Sicurezza dei Paesi che combattono il califfato e che indagano sulla attività di affiliati, operativi e di fiancheggiatori. Questa attività spesso inizia grazie alle informazioni raccolte sul terreno ed alla azione portata avanti dagli apparati di intelligence che, malgrado alcune comprensibili resistenze, sempre più frequentemente si confrontano sulla necessità di condividere le informazioni e di agire in maniera coordinata contro un nemico mortale, determinato e, soprattutto, comune tanto a noi quanto ad una serie di governi di Paesi mussulmani. L’attività di prevenzione ed indagine ha bisogno di strategie, di uomini, di strumenti, di risorse e di finanziamenti e la difficoltà primaria sta soprattutto nel mantenere alta la guardia per un periodo di tempo prolungato. A questo aspetto temporale, non siamo abituati.

Il terzo punto riguarda la difesa degli obiettivi. IS ha dimostrato una particolare predilezione per gli aeroporti, sia per il valore altamente simbolico insito nel colpire la libera circolazione delle persone, sia anche per la possibilità, colpendo in ambienti di questa specie e dimensione, di mietere vittime di ogni nazionalità, ceto ed estrazione, facendo così in modo che chiunque si senta sotto minaccia diretta e, non ultimo, perché gli aeroporti sono luoghi molto complessi da controllare. Il problema principale nella difesa di un grande aeroporto internazionale è soprattutto legato al controllo stringente sia delle numerose vie di accesso all’area aeroportuale che a quello delle linee ferroviarie e delle metropolitane che collegano gli Hub moderni alle città più vicine, oltre che delle centinaia di persone che vi lavorano. Ciò non di meno, è certamente possibile controllare chi si avvicina all’area effettuando una difesa per cerchi concentrici, con posti di blocco e di controllo sia fissi che mobili, fino ad arrivare a far si che chi acceda all’interno dell’area sia controllato fisicamente così come ora avviene ai varchi di sicurezza. Tutto questo accade già in numerosi aeroporti al mondo. Anche in questo caso l’impatto che controlli più stringenti ed efficaci avrebbero sui fruitori dell’aeroporto, sarebbe quello di prolungare sensibilmente i tempi di avvicinamento all’area e di svolgimento delle pratiche di ceck-in e di imbarco, ma allungare i tempi di un paio di ore non è certamente qualcosa a cui non ci si possa abituare. Di fatto abbiamo già raddoppiato i tempi di gestione delle pratiche di imbarco dopo l’11 settembre, senza che questo abbia comportato disagi inenarrabili. In pratica, già da ora, in numerosi aeroporti di paesi a rischio, i controlli vengono effettuati su tutti, passeggeri ed accompagnatori, che entrano nell’area aeroportuale. Si potrebbe obiettare che un eventuale gruppo di assalitori potrebbe decidere di attaccare la fila di persone ai controlli esterni, ed è una ipotesi veritiera, ma il valore simbolico di un attacco portato lungo la strada che conduce ad un aeroporto è di gran lunga inferiore a quello di un attacco portato all’interno dell’aerostazione.

Il quarto punto riguarda l’addestramento del personale delle FFOO e delle Forze di Sicurezza. Se vi soffermate ad osservare il filmato nel quale il poliziotto turco spara al terrorista che poi si fa esplodere, noterete senza dubbio come l’assalitore, riesca a farsi saltare in aria malgrado le ferite riportate. Il tipo di minaccia che costoro hanno deciso di portare a cittadini inermi in aree densamente popolate come gli aeroporti, presuppone una risposta altrettanto dura. Un terrorista che è probabilmente dotato di cintura esplosiva non va ferito ed arrestato ma va eliminato, ovvero messo nella condizione di non fare ulteriori vittime. Questo approccio “letale” all’annientamento della minaccia presuppone un cambio di direzione nell’addestramento, cambiamento che a sua volta comporta investimenti e modalità di training completamente diverse da quelle attuate sino ad ora. Ma presuppone soprattutto un cambio di approccio mentale da parte di chi deve difenderci e questo è un aspetto sul quale la pianificazione dell’addestramento prevede tempi medio lunghi e su cui non si può più aspettare.

Carlo Biffani per Security Consulting Group

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