Falso attacco a Londra. Lezione appresa.

Quanto accaduto ieri a Londra, con il diffondersi rapidissimo di un allarme relativo ad un possibile attacco con armi da fuoco in corso, forse, in una stazione della metro al centro della capitale del Regno Unito, rappresenta un segnale chiarissimo di come il nostro sistema di difesa e di gestione della minaccia terroristica sia ormai qualcosa di estremamente complesso e possa generare a sua volta, quando attivato, criticità secondarie ma sostanziali. La nostra modalità di reazione ad una minaccia come quella di un commando che potrebbe essere entrato in azione nel centro di una della nostre città, ha raggiunto livelli di sofisticazione e di complessità, tali per cui è un pò come se di fronte alla segnalazione di una possibile grave anomalia, si sia sviluppato un modello di risposta che già di suo imbriglia, blocca le attività correlate al funzionamento ordinato e vitale di una metropoli o quantomeno le sospende, generando così uno stato di cose che indipendentemente dalla concretezza della minaccia, produce una situazione di grave pericolo percepito e genera situazioni di panico, oltre che interruzioni nei processi di continuità correlati alla organizzazione della vita di relazione in una metropoli.

E questo, di suo, rappresenta già una grave minaccia in termini di pericolo generato e di possibili conseguenze correlate al diffondersi della paura e del rischio percepito dai cittadini. In pratica sta sempre più prendendo forma una situazione nella quale per arrecarci un danno concreto, non è neppure più indispensabile compiere un’azione terroristica, attaccando un aeroporto, investendo passanti in centro con un furgone od accoltellando innocenti ad una fermata degli autobus, ma può essere sufficiente saper agire sui mezzi di comunicazione e saper fare leva sulla reazione delle persone, diffondendo ad arte notizie prive di fondamento ma percepite come gravissime, tali per cui il danno in termini di stabilità del sistema e di vulnerabilità percepita lo si ottiene ugualmente. Siamo ormai come un organismo, il cui equilibrio è minacciato dall’essere continuamente sottoposto ad una insopportabile quantità di stress e di tensione e che è costretto a difendersi ininterrottamente tenendo sempre altissima la guardia.

L’aver subito in questi anni una serie impressionante di attacchi, ha infatti giustamente generato una capacità di risposta in termini di azioni preventive e reattive che hanno avuto come conseguenza l’affinamento di protocolli di intervento estremamente complessi ed articolati oltre che dispendiosi. La creazione di unità tattiche di primo intervento che possano da subito fronteggiare la minaccia in attesa dell’arrivo di quelle delle Forze Speciali (i primi ad avvalersi di un simile modello di prevenzione e reazione furono proprio gli inglesi della Metropolitan Police) così da svincolare la polizia di prossimità dal compito di fronteggiare con addestramento ed equipaggiamento inadeguati, terroristi spesso dotati di armi da guerra. I soldati schierati in strada con i loro mezzi blindati. La creazione di Centri di Coordinamento e Controllo capaci di gestire tutti i più diversi aspetti di una minaccia portata da terroristi che agiscono in una realtà metropolitana e di coordinare i soccorsi, l’arrivo delle ambulanze e del personale medico, quello dei Vigili del Fuoco, di allertare gli ospedali vicini alla zona dove i fatti si svolgono. La necessità di poter monitorare la minaccia di carattere NBC e di capire in tempi rapidissimi se l’eventuale esplosione di un ordigno possa avere anche terribili implicazioni e conseguenze correlate al rilascio di radiazioni o di agenti chimici e/o batteriologici. Il governo del funzionamento dei mezzi pubblici e della viabilità. Il coordinamento delle centinaia di uomini e donne che costituiscono la macchina dei soccorsi e della gestione delle informazioni che devono essere date agli organi di stampa, insomma la messa a sistema di qualcosa di estremamente complesso ed articolato che rischia di essere attivato anche solo per un falso allarme. Tutto questo, nella sua complessità, può essere qualcosa difficile da sostenere e da finanziare nel lungo periodo e vive con il rischio di essere attivato anche solo per un falso allarme, come in qualche misura accaduto ieri a Londra. Per generare pericolo e caos, non è più necessario compiere attacchi, ma è sufficiente far credere che qualcosa di simile stia accadendo.

Lo scorso anno a Torino, durante una manifestazione di piazza, vi furono purtroppo come certamente ricorderete bene, un morto e più di mille feriti come conseguenza di una minaccia simulata portata a termine da alcuni irresponsabili che innescarono una reazione compulsiva di massa, tale per cui, migliaia di persone fuggirono e finirono per calpestarsi l’un l’altra o per ferirsi più o meno gravemente ai piedi correndo scalzi sui vetri rotti, conseguenza delle bottiglie lasciate cadere dai presenti nel fuggi-fuggi generale. Qualcuno scrisse che in pratica fu come se, visto il numero di persone coinvolte e le conseguenze di quel gesto scellerato, un grave attentato ce lo fossimo fatti da soli.

Sono sempre più convinto del fatto che, si stia entrando in una seconda fase rispetto all’approntamento dei  nostri meccanismi di risposta ad una situazione come quella appena descritta. Dovremo mettere in conto il passaggio dalla straordinarietà alla ordinarietà del convivere con una siffatta minaccia, confrontandoci con la necessità di elaborare modelli e modalità di risposta che abbiano il minor impatto possibile in termini di reazioni generate da falsi allarmi e che non consentano ai nostri nemici di attivarci al minimo segnale e di tenerci comunque sotto scacco costringendoci a tenere altissimo il tono della nostra reazione anche nel caso di falsi allarmi. In pratica, evitando in ogni modo che quello del generare falsi allarmi, possa divenire un altro, economico, modo per attaccarci comunque.

Carlo Biffani

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