«Io, soldato privato a Bagdad Al fronte per le aziende italiane»

Intervista a Carlo Biffani pubblicata sul Corriere della sera dell’11 aprile 2004

«Paura? E’ naturale. Chi non avrebbe paura in situazioni, come quella di oggi in Iraq?». E come riesce a vincerla? «Pianificando l’ attività in modo quasi maniacale. Affidandomi all’ esperienza. E ripetendomi ogni volta: tanto si torna». Dunque, preparazione e autoconvinzione. «Questa è una professione. Ed è il lavoro che ho scelto, con il convincimento di saperlo far bene». Carlo Biffani, 44 anni compiuti cinque giorni fa a Bagdad, ex ufficiale della brigata paracadutisti Folgore, è l’ amministratore unico della Start, società con sede a Roma che opera nel campo della sicurezza. Una sorta di Psc, una Private security company però all’ italiana («riveduta, corretta e del tutto legale, che agisce nel rispetto delle nostre leggi»). Proprio ieri, è rientrato a Roma dall’ Iraq, dove ha fatto un sopralluogo per conto di due società italiane che intendono operare per la ricostruzione del Paese. E dove tornerà la prossima settimana con altre guardie private («ex militari italiani di forze speciali»). Guardia privata, militare in affitto: come si definisce? «Preferisco manager del rischio. All’ estero noi offriamo servizi di consulenza e servizi operativi. Analizziamo i pericoli e troviamo le soluzioni, con le autorità militari e civili, per annullare o rendere minima la percentuale di rischio per personale, alloggi e siti delle società nostre clienti. Dove necessario offriamo servizi operativi o di protezione ravvicinata, affidandoci anche a operatori locali che coordiniamo». E chi vi chiama i nuovi mercenari? «E’ del tutto fuori luogo. Il fatto che in qualche circostanza si possa essere armati è uno degli aspetti della nostra attività, ma non è quello peculiare. Ci occupiamo di ridurre e contenere i rischi ai privati che operano in aree del mondo ad alta conflittualità. Non c’ è bisogno di essere legionari per fare questo. Anzi spesso bisogna avere competenze che esulano da esperienze di guerra. Per intenderci: la Start non fornisce personale per colpi di Stato». E lei ha partecipato a una guerra? «Non nei tre anni da ufficiale della Folgore, tra l’ 85 e l’ 88. In seguito sono stato in Algeria, in Sudamerica e in Paesi con situazioni più o meno eclatanti. Nel ‘ 96, assieme ad alcuni amici, abbiamo deciso di dare una forma giuridica alla nostra attività, per rispondere al meglio alle esigenze dei nostri clienti». Chi l’ ha contattata per l’ Iraq? «Due società italiane, di cui non posso fornire il nome». Può dire almeno il settore in cui operano? «Diciamo nel campo delle tecnologie e delle costruzioni. All’ inizio controlleremo la sicurezza del personale italiano, poi i loro siti operativi nell’ area di Bagdad. Saremo in otto: ex soldati specializzati con compiti militari, ma anche persone con capacità professionali nell’ ambito civile. Partiremo a giorni, quando avremo tutte le autorizzazioni». E se ci sarà pericolo? «Finché si potrà, resteremo. Uno, due, tre anni. Altrimenti rientreremo». Che situazione ha trovato in Iraq? «Calda, in continua evoluzione. Tra le più difficili che mi è capitato di dover affrontare. Molte zone sono sotto il controllo delle forze alleate. Ma in qualche città ciò è tuttora impossibile». E a Bagdad? «Mi sono fermato nove giorni. Bagdad è una città che vive, lavora, produce. Può accadere che si trovi una soluzione politica che sgonfi la conflittualità. Sono rimasto comunque colpito dai continui colpi d’ arma sparati nella notte. E’ il segno della tensione». Quanti sono i manager del rischio, come lei li definisce, che operano in Iraq? «Trentamila, di cui circa diecimila sono iracheni. Garantiscono sicurezza alle società private: cosa che non possono di certo fare gli eserciti regolari». Sono tanti. Tutti richiamati dal business security? «In Italia siamo in ritardo rispetto a Usa e Inghilterra su questo business. Comunque, un gurkha nepalese può guadagnare tremila dollari al mese. Un manager esperto anche fino a diecimila dollari. Non va dimenticato che l’ assicurazione di ogni operatore costa circa quattromila dollari a settimana». Alla sua società arrivano molte richieste di aspiranti guardie private? «Molte. Ne arrivano ogni giorno sul nostro sito Internet. Ma la selezione è, a dir poco, dura». Cosa sa dei quattro italiani che sarebbero stati sequestrati? «Ho avuto informazioni dalla rete di contatti, che abbiamo costruito per la nostra attività a Bagdad. Ufficialmente non ci sono italiani prigionieri». E fuori dall’ ufficialità? «Un’ ipotesi possibile è che qualche operatore privato abbia accompagnato personale di società straniere attraverso percorsi non canonici. Un viaggio veloce, di profilo molto basso, non comunicato alle unità di crisi, durante il quale può essere nato un problema». Ma le risulta che guardie private italiane operino per Psc americane o inglesi? «C’ è qualche battitore libero che da tempo offre il proprio servizio a queste companies. Ma è un numero esiguo. Quelli di cui si conosce la presenza sono già stati controllati dalla nostra ambasciata in Iraq. Degli altri non ci sono, per ora, notizie precise». Qual è, a suo avviso, il maggior pericolo per una guardia privata? «Proprio il sequestro. O l’ azione violenta, spesso legata ad attività criminose più spicciole. Sono le paure che ci accompagnano ogni giorno».

Gorni Davide

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