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Vigilantes o mercenari, security advisor o
consulenti in materia di sicurezza. Nomi diversi per
inquadrare una professione dalle mille sfaccettature e,
in molti casi, al limite. Un mondo, quello degli
eserciti privati, che l'assassinio di Fabrizio
Quattrocchi e la vicenda dei tre italiani ancora in
ostaggio in Irak, hanno messo in luce evidenziandone
portata e diffusione. Niente albi, elenchi
professionali, e soprattutto niente numeri. Difficile
sapere, oggi, quante siano le agenzie italiane che si
occupano di sicurezza nei paesi a rischio, complicato
fare una stima degli "operatori", quasi impossibile
avere il numero esatto degli italiani che, in questo
momento, sono presenti in Irak come vigilantes o come
mercenari.
Una stima approssimativa li
attesterebbe attorno al centinaio, per lo più al
servizio di gruppi stranieri (come tre dei quattro
italiani rapiti che sono dipendenti della Dts security),
ma in questo caso i loro nomi non compaiono in nessun
elenco ufficiale. O per lo meno alla Farnesina non
risulterebbero nomi di cittadini italiani al seguito di
società impegnate in operazioni di difesa privata. In
queste circostanze però sono i canali ufficiosi quelli
che funzionano e «nulla esclude - spiegano sempre dalla
Farnesina - che vi possano essere italiani al servizio
di società straniere». Anzi, sul piano teorico chiunque
potrebbe andare in Irak senza "avvertire" il ministero
degli Esteri. Chi "avverte" sono i giornalisti, le
organizzazioni internazionali, gli operatori umanitari,
tutta gente cioè che ha interesse a segnalare la propria
presenza nel paese (attualmente sono 160 gli italiani in
Irak che hanno ruoli istituzionali).
Decisamente
di segno opposto invece l'interesse di chi si muove
sullo scivoloso terreno della sicurezza privata. Anche
perché «il panorama degli operatori - dice Carlo Biffani
amministratore unico della Start Sicurezza - è piuttosto
indefinito, dal momento che non esiste una
certificazione che attesti la professionalità, nessuna
formazione specifica». Una situazione che di fatto dà
spazio ad ogni tipo di improvvisazione. «Stiamo però
attenti a fare una distinzione - continua Biffani - anzi
a tracciare una netta linea di demarcazione tra le
società di consulenza in materia di sicurezza e invece
le compagnie private militari, alle quali gli americani
si sono spesso rivolti per dare supporto alle truppe
regolari». Queste compagnie si concentrerebbero in
America, Inghilterra, Libano, Thailandia e Filippine. Al
momento non risulterebbero gruppi italiani.
Diverso il caso delle società che si occupano di
sicurezza che, per quanto ancora in numero ridotto,
stanno cominciando a diffondersi anche in Italia: si
calcola infatti che il giro d'affari in questo settore
superi il miliardo di euro. Oggi infatti in Irak un
operatore per la sicurezza costa a un'azienda mediamente
tra i 1.000 e 1.500 euro al giorno. «Questo non vuol
dire - dice Biffardi - che sia questa la cifra che va
all'operatore. Il suo guadagno netto può variare dai
seimila ai diecimila euro al mese, dipende dal tipo di
impegno, dalla difficoltà, dalla durata dell'incarico.
Sul costo complessivo incidono molto, fino al 40%, le
spese di assicurazione, le attrezzature, le spese di
alloggio». 15 aprile 2004
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