Somalia: “Italia ancora nazione sorella”. Intervista a Carlo Biffani

Ma che fine ha fatto la Somalia? O meglio l’interesse del mondo per la Somalia. A parte qualche consultazione di routine in seno al Consiglio di sicurezza, ormai si parla pochissimo di questo «cuore di tenebra» dove da oltre venti anni si vive una delle crisi più profonde che la storia del sud del Mondo ricordi. Ne parliamo con Carlo Biffani, alla luce di una rceente missione da lui svolta proprio in Somalia. Biffani, un affezionato di «Palazzo di Vetro», è un ufficiale in congedo della Brigata Paracadutisti, esperto di operazioni di forze speciali, security e intelligence privata, attualmente direttore generale di Security Consulting Group, azienda leader della sicurezza privata.

Come è nato questa nuova avventura lavorativa?

«Fra la fine di marzo e l’inizio di aprile, mi sono recato a Mogadiscio insieme all’addetto commerciale della ambasciata somala a Roma, Ibrahim Aden, all’ingegner Antonio Pacilè, ed al coordinatore Rocco Gaudioso. Il viaggio, programmato da tempo e concordato con il governo somalo, aveva come scopo quello di discutere un progetto commissionato all’ingegner Pacilé dal Presidente della locale Lega delle Cooperative, riguardante la realizzazione di un moderno Istituto di Agraria, dotato di classi, laboratori, ambienti sia per lo studio che per lo svago, ospedale e soprattutto in grado di autosostenersi vista la possibilità di produrre acqua potabile, energia, e poi latte, carne animale, formaggi, miele, foraggi, cereali e grano. Inoltre gli incontri messi in agenda, dovevano farci comprendere confrontandoci con gli interlocutori di altissimo livello che avremmo incontrato, quali fossero le loro necessità primarie e sondare la possibilità di interventi sia in ambito umanitario che infrastrutturale, tali da consentire il rilancio della Somalia, piegata da 25 anni di guerra civile, ma non per questo sconfitta».

Una missione costruttiva ma non priva di insidie…..

«Siamo stati i primi ad alloggiare all’esterno dalla “Green zone” costruita nell’area fuori dell’aeroporto. Eravamo ospiti in un albergo in città ed abbiamo potuto vivere, senza filtri, la realtà nella quale i somali si calano quotidianamente. Il fatto di aver accettato di metterci nelle mani di un dispositivo di sicurezza fornito dal governo somalo e di girare, pur se con estrema accortezza e con molta prudenza, all’interno della città, ci ha fatto apparire agli occhi dei nostri interlocutori, come una sorta di coraggiosi pionieri e devo ammettere che questo tipo di comportamento è stato molto apprezzato, sia dai ministri che abbiamo avuto il piacere e l’onore di incontrare, che dai normali cittadini con i quali ci è capitato di dialogare in albergo».

Parliamo pur sempre della Somalia, quali erano le condizioni di sicurezza?

«Le condizioni di sicurezza sono ancora lontane dal potersi definire stabili ed il pericolo certamente esiste, ma può essere mitigato e ridotto in termini di impatto. In ogni caso, come già mi è ripetutamente accaduto in questi venti anni di esperienza in aree a medio ed alto rischio, una cosa è seguire i reportage televisivi e leggere gli articoli della stampa internazionale, ed un altra è muoversi all’interno di una realtà come quella di una zona di conflitto. Ci si rende conto immediatamente del fatto che la Vita, trova sempre il modo di primeggiare, di vincere. I bambini vanno a scuola, le donne al mercato, e gli uomini guidano camion stracarichi di merci, chiacchierano seduti nei caffè o lavorano sotto il sole. La sensazione è quella di entrare in un contesto complesso e molto fluido, ma nel quale c’è una ferrea volontà di lasciarsi alle spalle decenni di sofferenze e di lutti e di guardare al domani».

La riflessione è significativa, ma non rischia di essere un pericoloso slancio di ottimismo vista la presenza di certi gruppi?

«Per quanto riguarda Al-Shabaab, sembrerebbe che la attuale compagine governativa, coadiuvata dal contingente di Amisom e dalle locali Forze armate sia riuscita a ristabilire le condizioni minime di sicurezza nella capitale, confinando i rivoltosi nella zona a sud del Paese e costringendoli a brevi e sempre meno frequenti sortite nella capitale. Non bisogna comunque lasciarsi ingannare da questa situazione di apparente calma, perché il percorso lungo la strada della pacificazione è ancora lungo e denso di insidie».

Molti sono convinti che il Paese da solo non ce la faccia nemmeno a garantire le condizioni di vivibilità minima?

«Le autorità locali hanno bisogno di aiuto, di sostegno e di essere accompagnate e supportate nel percorso di uscita da una guerra civile che ha lacerato il tessuto sociale e messo in ginocchio il Paese. La Somalia ha bisogno di tutto ed in questa corsa verso il risanamento e la ricostruzione una parte determinante può essere assicurata dall’Italia. Il nostro paese è ancora percepito come una nazione sorella. I somali ci hanno speso ripetuto, insistentemente ed in lingua italiana, di sentirsi nostri fratelli. Ci hanno chiesto a più riprese come sia stato possibile che siano stati abbandonati dai loro fratelli italiani e come sia potuto succedere che in Somalia siano arrivati in gran numero turchi, giapponesi e cinesi e che fino al nostro arrivo, non si fossero visti in città altri italiani, al di fuori di quelli impegnati in missioni militari che però vivono e lavorano all’interno della green zone».

Come è andata la missione?

«Personalmente ho chiuso accordi per aprire una società di sicurezza privata che possa fornire servizi di protezione a favore di manager e di aziende, italiane e non, che vogliano andare a giocarsi la carta somala. I campi di intervento sono così numerosi da non precludere alcun tipo di attività ed il governo locale può contare su sostanziosi interventi di aiuto economico da parte della comunità internazionale che ha stanziato cifre ingenti per la ricostruzione del paese. Il nostro intendimento è quello di dare vita, nel volgere di sessanta giorni ad una “Private security company” che sia in grado di offrire uno standard di sicurezza tale da rendere possibili gli incontri fra le parti e di assicurare un reale contenimento del rischio per chi vorrà partecipare alla ricostruzione del paese. Il fatto che ci sia bisogno di tutto, dalle strade all’energia elettrica, dall’acqua potabile alla illuminazione, dalla ingegneria alle infrastrutture, e via lungo la catena di servizi che devono essere costruiti ex novo, e la disponibilità di finanziamenti internazionali non può non rappresentare uno stimolo per tutti coloro i quali desiderano aprirsi nuove possibilità di business in un paese che ha tutte le carte in regola per ripartire. E molto potrebbe spettare a noi italiani, che godiamo ancora di considerazione, di amicizia e di rispetto».

Francesco Semprini per La Stampa

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